C’era una volta Magritte. E c’era una volta Tina Modotti.

Un giorno si sono incontrati, nella fotografia di Serena Reverberi, con lo styling di Alfio Cicala.

E mi piace immaginare che abbiano parlato anche attraverso il mio testo, su How Cool! Fashion Magazine.

Un procedimento di dissociazione che nasce mentre si frantumano i legami tra identità e somiglianza, decretando la loro disparità, nel muoversi l’una senza l’altra.

Ma anche un tentativo di perseverare il più a lungo possibile nella continuazione indefinita dell’analogo, alleggerito di qualsiasi affermazione che riconduca ad un altro da sé.

Ne deriva una fotografia del “medesimo”, abilmente divisa in settori magrittiani anni venti: quadri nel quadro, sagomati ed incorniciati a regola d’arte. Le varie sezioni possono essere riempite indifferentemente da forme amorfe o identificabili in modo perfetto, che rompono l’unità di senso interna. Assumono poi dei risvolti inquietanti nel contemplare tutti gli uomini uguali, assegnando a ciascuno la stessa porzione di spazio, la stessa bombetta e lo stesso bastone da passeggio.

E lo spettatore tende d’istinto a bramare la via della narrazione: ma quale racconto credibile  potrebbe mai prendere corpo? La chiave di lettura sta nel portare la ricerca al di fuori della fotografia, fin quasi al surrealismo minimale, attraverso un modottiano pugno di fiori.

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