Storia del Manichino

E fu così che Franca Sozzani mi assegnò questo tema per un articolo.

Amo i manichini, e li tratterò con il rispetto di sempre.

Il mio post originario era molto complesso: più originale ma probabilmente troppo tecnico.

Mannequin, manichino, bambola. Un progetto iconografico che descrive un passaggio dalla carne alla plastica secondo una logica di flusso e di metamorfosi. Un percorso ricombinante, mixed, ibrido, secondo una filosofia del trasferimento, spaziando nel campo della fotografia di moda e non, dell’arte surrealista e giapponese e del design di abiti e gioielli. La configurazione di un’idea che avviene dal naturale all’artificiale attraverso protesi ed innesti, oltre allo sdoppiamento vero e proprio, comprendente morphing e dripping in eventuale contrapposizione alla Body Art. Dalle mannequines dei servizi di moda a quelle di Vanessa Beecroft, da Margi Geerlinks che agisce con filo e macchina da cucire in modo cruento sulla pelle, a Inez Van Lamsweerde che lavora invece in modo più soft sull’identità sessuale; ed ancora, dai manichini alle fashion dolls, da Cindy Sherman che definisce progressivamente il confine incerto tra donna e bambola, fino alla morbida plastica di Barbie.

Dopotutto, è il concept della mia tesi di laurea.

Mi piacerebbe inserire qualche stralcio qui nella scatola, sono mesi e mesi di lavoro.

Ma questa è davvero un’altra storia.

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